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MASSIMO DE NARDO
FLASH ART
n°58-59 - Ottobre/Novembre 1975
Crediamo di trovare l'esistenza già data del mondo aprendo gli occhi, definendo ciò che è perché così è secondo la nostra fede percettiva. Guardiamo il mondo per come a noi appare; ma il mondo appare a se stesso in una formula più compiuta in un insieme variabile che si intreccia all'infinito. Poniamoci ora dentro questo variabile, con un diverso equilibrio visivo, ingrandendo le dimensioni naturali dello spazio e delle cose.
Dalle stesse cose acquisiamo le sue stesse determinazioni, «poiché la cosa percepita e la percezione restano ciò che erano». Ma le componenti strutturali assumerebbero per noi una realtà nuova.
La nostra realtà percettiva si cambierebbe in apparenza percettiva perché ciò che ora appare è realtà nella nostra apparenza. E così è.
Riduciamo le cose alla loro presenza primaria, ad un punto.
Un punto di colore. La realtà del punto non è quella che si pone davanti alla nostra visione.
Il vero non è la cosa che noi vediamo, ma ciò che riusciamo a determinare attraverso misure o operazioni distinte dalla nostra unità di percezione. Ciò che è si pone a noi mediante la deformazione dell'oggetto stesso.
Deformazione ingrandimento come mezzo che ci riconduce alla penetrazione delle componenti sia formali sia cromatiche dell'insieme significante.
Rivelazione dei molteplici aspetti reali che la nostra apparenza visiva riduce ad una falsa semplificazione percettiva.
Se cerchiamo quello che significa per noi «la cosa» troviamo che essa è ciò che riposa in se stessa, che è esattamente ciò che essa è.
Tutta in atto.


ACHILLE BONITO OLIVA
Gallerie Pio Monti, Roma 1979
Un artista solitario e dignitoso che porta avanti da molti anni una ricerca particolare sull’ambiguità della qualità conoscitiva dell’arte. Una superficie è coperta da un doppio colore, l’ambiguità nasce dal fatto che non è possibile stabilire quale dei due colori fa da supporto. L’opera diventa l’occasione di una dinamica mentale, di un innescamento di una processualità aperta direttamente sullo spettatore, sollecitato da un lavoro visivo che si dà non come risposta bensì come domanda e quesito concettuale, in questa maniera l’esperienza artistica diventa anche occasione d’una dinamica sociale, in quanto attiva un movimento di percezione non soltanto visivo, ma anche più problematicamente concettuale e conoscitivo. Bellucci opera nella dilazione di una ricerca concettuale non staticamente tautologica, ma aperta ad implicazioni articolate.
 
 
ALESSANDRO CARTONI
Galleria Arco Amoroso, Ancona 1993
Un Bandito ecologico
La figura di Maldoror, la sua nera silhouette, definisce bene la sfida feroce alla globalità dei codici: Bandito ecologico, assassino, terrorista, ladro gentiluomo o cavalier cortese, Maldoror-Bellucci imperversa come un fantasma attorno ai residui del secondo millennio. Il poema epico della terra che avevamo incontrato nella produzione dell’ultimo anno adesso offre il suo romanzo, i suoi canti, in un mondo che fa dell’afasia e della confusione semiotica la sua unica risorsa.
 

MASSIMO DE NARDO
Sala della Provincia
, Macerata 1998
Vi premetto: c’è da uscirne turbati. Gioiosamente turbati, perché le opere di Sirio sono belle davvero. Il nero, così ampio nella sua pittura, è il buio di un messa in scena, come a teatro; questo buio serve a filtrare la luce-colore dei soggetti rappresentati (e in questi casi Sirio Bellucci è pari ad un maestro della fotografia). Se poi questo nero è un turbamento, ben venga, dal momento che è così appropriato. Molti soggetti si illuminano con una grafia sottile. Bellucci sembra trasformarsi in incisore. Credo sia una conseguenza della geometria. Ogni tanto, sulle figure si sovrappongono delle circonferenze, delle semirette, dei punti, dei segmenti a tratteggio. Sono gli interventi che più amo, perché qualsiasi immaginazione, beatificante o delirante che sia, è manipolata con estremo rigore, con esattezza e purezza.
Inquietanti sono gli “Ovali”, incorniciati nel loro stesso disegno; suggeriscono tecniche xilografiche, uso di bulini, torchi; invece è l’acqua la matrice di stampa. Potrebbero illustrare i nostri inferni contemporanei. In molti scenari, predomina il triangolo. Triangolo/cartoccio con foglie, triangolo/foglia su triangolo/carretto; triangolo/ventaglio di piume; triangolo/pagliaio.
 

MASSIMO DE NARDO
Palazzo dei Consoli “Arconi”
, Gubbio 2000
Notturna in anima
Prendo da Roland Barthes uno splendido pensiero (che, pur con poche frasi, è una vera e propria narrazione). Barthes scrive che “vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare. Ora è forse l’età di un’altra esperienza: quella di disimparare, di lasciar lavorare l’imprevedibile rimaneggiamento che l’oblio impone alla sedimentazione delle cognizioni, delle culture, delle credenze che abbiamo attraversato”.
Questa esperienza Barthes la chiama sapientia, nella quale non c’è alcun potere, ma un po’ di sapere, un po’ di saggezza e “quanto più sapore possibile.”.
Il tempo (il suo trascorrere con-senso) sicuramente contribuisce a creare questa condizione, purché raccolga indizi e tracce (domande e memoria)
Il manifesto di questa mostra ci aiuta ad attraversare (proprio come dice Barthes) il territorio della sapientia di Sirio Bellucci.
La figura in nero, con linea rossa, al centro, è Sirio Bellucci nella sua sintesi di personaggio; potrebbe essere, per l’immediato svelamento, un “autoritratto rovesciato”.
La lontananza avvicina l’oblio. Tra noi e questa figuretta ci sono le cognizioni e le credenze, dell’artista e nostre.
Cos’è quella pennellata bianca? E quelle due circonferenze, tracciate con velocità, con quei punti all’interno? E la traccia punzecchiata di pennellature nere? Quel territorio è sospensione o estensione prospettica?
Mentre rimaneggiamo (ancora Barthes) tra i significati, siamo presi da una fascinazione. Siamo disorientati, non per mancanza di un senso (il sensum, il percepire è invece totale), bensì perché il narrare si è fatto complesso. Quella pennellata di bianco è temibile, ma può ricondurci a delle somiglianze (luce, raggio, fonte), mentre le due circonferenze sono come delle emulsioni di memoria, quasi che il quadro, lì, fosse carta fotografica, e avesse “tirato fuori” elementi che il nostro occhio non aveva percepito.
Fanno pensare ai rayograph di Man Ray (che Bellucci ha conosciuto).
Sirio Bellucci, col tempo, si è fatto straordinariamente complesso. Il “suo nero” disvela, inquadra, sottolinea, piuttosto che offuscare, celare, nascondere. Scopriamo figure che sono luoghi concreti, ma che poi diventano figure e luoghi di una narrazione a tratti simbolica, surreale. Il “sapore barthesiano” si mescola, in questi casi, a ciò che Coleridge chiamò “ la sospensione dell’incredulità”. E questo ci aiuta a guardare gli ovali neri come fossero cammei xilografati con l’acqua, a salire su carri a forma di foglie per viaggi possibili; ci aiuta a trasformare fili d’erba in monumenti del rifugio, a sostare sotto alberi cresciuti come miniature giganti, a seguire personaggi stralunati che abitano nella nostra anima inconsapevole; ci aiuta a mettere dentro una valigia per nulla capente anche le montagne.
Sirio Bellucci, col tempo, ha trovato la sua sapientia.
Che a noi dà una buona meraviglia.


PROF. SECONDO SANNIPOLI
L’attività artistica di Sirio Bellucci merita di essere celebrata e diffusa, meditata e sognata. Sì proprio sognata perché Sirio è un poeta sulla tela è un sognatore sempre bambino dove ognuno di noi si riconosce nei suoi sogni.


MASSIMO DE NARDO
Palazzo dei Consoli “Arconi”
, Gubbio 2002
RitoGrafie
Sirio Bellucci ci propone una pittura di narrazione. Sono racconti nei quali è certo predominante la figura umana, ma non è lei la protagonista. Le voci narranti provengono dalle cose, dalla natura. Queste “cose” hanno forma di carri con gigantesche ruote di pietra, di biciclette circensi, di pagliai costruiti come architetture sacre, di animali domestici con sembianze mitologiche.
E’ comunque la figura umana a dare il ritmo alla narrazione. Sono “figurette” in abbozzi anatomici, risolte con pennellate rapide, i cui volti sono quasi una espansione cerebrale (suggeriscono copricapo settecenteschi, che rendono l’affabulazione più intensa). In ogni scena l’evento è in pieno sviluppo. Sta a noi prenderne un senso (significato o direzione è lo stesso). A volte, Sirio Bellucci sfiora il surreale, ma senza essere onirico. La sua pittura è più di memoria che di inconsci. Per questo ne siamo ancora più coinvolti. La forza di queste rappresentazioni sta nella ritualità, che è grandiosa, volutamente eccessiva, a tratti didascalica. La narrazione pittorica di Sirio Bellucci è complessa, ma poi si dipana in capitoli la cui sintassi suggerisce uno stile realistico-allegorico. Forse è la stessa tecnica degli antichi cantastorie.
Il rito è la messa in scena di un evento importante, magico e arcano, e noi (figurette) vi partecipiamo, siamo ospiti euforici di un matrimonio celebrato con artificio teatrale, siamo presenti ad un simbolismo erotico che si fa “miticamente” animalesco, siamo protagonisti di una coralità 8quasi una danza) attorno ad uno straordinario pagliaio/totem/cattedrale. In queste ritualità non si può essere spettatori e basta. Bisogna partecipare, consapevoli anche di uno smarrimento, di un mistero indicibile, che non dovranno comunque distoglierci dalla condivisione. La ritualità è condizione plurale. Finalmente l”io” si moltiplica negli atti della cerimonia. E’ un piacere parteciparvi, adesso che i testi del racconto diventano “texture” di colori forti, vibranti e corposi. In epoca in cui la ritualità si celebra nelle autostrade e negli ipermercati, queste storie sono davvero fuori dall’ordinario. Straordinarie, appunto.


ALESSANDRO CARTONI
Galleria delle Arti
, Fabriano 2003
Eterni ritorni
L’arte di Sirio Bellucci, rivela ormai tutti gli effetti della maturità creativa. Arte robusta capace di agganciarsi al proprio passato e rileggerlo interamente. Arte profonda tuttavia che nella interpretazione del proprio mondo esprime toni, colori e strutture completamente nuovi. Ecco il perché di questa retrospettiva così densa e ricca di opere.
E allora di fronte ad esse si scopre che le prove concettuali preparavano gli ovali, le vanghe e le mitografie di oggi. C’è un filo segreto che tiene questo vasto universo di intensità, figure e paesaggi e la silouette dell’acrobata che danza sul filo ne è la più netta esemplificazione. La musica del caso si scopre essere una importante risorsa per portare a termine il salvataggio di un mondo e di una cultura: quelli dell’Italia ancestrale, contadina, festosa, cupa e selvaggia del nostro Appennino.
Bellucci, in un lungo discorso cominciato tanto tempo fa, non ha mai smesso di attraversare la nostalgia proiettandola nel futuro.
I cieli sgocciolano di fronte ai santi, acrobati circensi accendono lunghe fiammate bianche, animule salgono e scendono lunghe scale infernali, moltitudini in festa si accalcano attorno a grandi pagliai, aquiloni di piume attraversano le notti estive, carri di donne e soldati si avviano dentro selve e pianure carichi di silenzio.
Il silenzio di Bellucci è dunque popolato come la sua memoria e tuttavia non cede al piacere immediato della regressione: nessun anacronismo, nessuna concessione al sentimentalismo, nessuna oleografia. Piuttosto creazione, pulsioni, intensità, mito e figure.
Bellucci è passato attraverso l’avanguardia e non ha mai dimenticato la sua lezione morale: sorprendere, disattendere, interpretare mai imitare.
Oggi l’artista assomiglia sempre di più a se se stesso, ha compiuto, per citare il suo Nietzsche, il lungo cammino che portava a ciò che «doveva essere».
Una pittura che salva come salvano le reliquie portate nel corsetto, come salvano i bastoni da montagna, o gli oggetti sacri dell’animismo contadino. Pitture che è difficile anestetizzare sul muro, che si ribellano a qualsiasi riposo e che continuano a produrre fantasmi e flussi. Uno schermo dunque quello di Bellucci su cui l’artista letteralmente «produce» gli oggetti e i sensi del suo immaginare.
L’arte è una «finalità senza scopo» suggeriva illuministicamente Kant e proprio per questo è oggi necessaria in un mondo che dimentica e si disfa di ciò che non serve.
Bellucci lo sa e, come un vigile testimone, tenta di custodire il suo potere sovrano, la libertà di quei mondi che è necessario non dimenticare.
Probabilmente il tempo gli darà ancor più ragione.


ALVARO VALENTINI
IL RESTO DEL CARLINO - Novembre 2004
Negli spazi degli Antichi Forni di Macerata esposte oltre cento opere dell’artista ottantenne.
“In questa notte” di sogno e di mistero s’accende la pittura di Sirio Bellucci.
LA LUCE DI SIRIO, ultima stella del mattino, sembra calarsi negli Antichi Forni a rendere più fascinoso il mondo surreale e simbolico di Bellucci, il Sirio vero, autentico, la cui figura dell’uomo e d’artista è immersa in un viaggio atemporale, verso spazi di memoria e d’infinito. E’ un anelito sotteso e fremente, il suo, che ritrova nel sogno l’impulso dell’ispirazione. In questo universo pittorico, sospeso tra la visione razionale e l’ideazione lirica, si coaugula lo scenario dell’umanità. E Sirio Bellucci è lì, con il cappello nero e il foulard rosso, pronto a recitare la sua parte, come un gitano n cerca d’avventura e di libertà, come un clown preso in un ludico girotondo felliniano. Ecco così sfilare maschere inquiete, giocatori di carte, carri allegorici, visioni erotiche, scene circensi, immagini di un tempo lontano in cui Sirio il pastorello ritrova la natura, gli amati monti, la mitica Sibilla. Figure umane stilizzate, proiezioni della mante e dell’incoscio danno un tocco di mistero e di suggestione al racconto pittorico che si sviluppa tra colori puri, segni leggeri e fasci di luci, in un pulsare favoloso e immaginifico. La mostra (fino al 7 novembre) comprende 107 opere, dal 1962 ad oggi, che confermano l’iter di un umile e sapiente artista che al di là di ogni gestualità, dripping o ascendenza concettuale mostra la sua identità.
“In questa notte” tremula il buio s’accende di verità e poesia.


MASSIMO DE NARDO
Ex Galleria la Virgola
, Fabriano 2006
Naturali attraversamenti
Con Sirio Bellucci si attraversano i luoghi del reale e dell’immaginario, in uno scambio continuo delle parti. Il concreto diventa onirico, l’illusione diventa il profilo di un volto. Sirio Bellucci ha iniziato i suoi attraversamenti dell’arte negli anni sessanta. Attraversare è condizione di movimento, è uno spostarsi da un punto ad un altro, raggiungendolo e poi superandolo. L’attraversamento è dunque un’azione da migrante. O forse da esule. C’è sosta, ma non residenza. Inevitabili le speranze e le angosce. Sirio Bellucci attraversa l’arte concettuale, si ferma, ne diventa appartato protagonista, poi continua. Coglie la neo-pittura trasfigurandola con le spugne imbevute di tinta (raffigurazioni dentro ovali, quasi gotici). Prosegue, attraversando una figurazione di nuovo simbolica, rituale, trasformando i paesaggi d’origine (campagna d’alta collina e boschi) in sogni, incubi, reminescenze. Con il tempo, l’attraversamento si fa complesso, è da interpretare. Il lavoro di Bellucci è comunque narrativo, e questo aiuta anche i nostri attraversamenti. I suoi racconti hanno come personaggi i grandi pagliai, totem giganti attorno ai quali danzano figurette stilizzate; i covoni legati in ciocche di capelli, con molecole di colore sfavillanti nell’aria che creano metafisiche astrazioni; le carrozze filiformi che servono all’attraversamento e narrano di incontri, fughe, partenze in luoghi percepibili solo come utopie. Sirio Bellucci crede, con ragione, che il suo fare pittura possa condurlo oltre un bosco troppo fitto, oltre una caverna dagli strati di roccia tagliente, oltre la “nerità” dell’anima. Prima bisogna però entrare in un bosco, in una grotta, nel buio dell’esistere. Prima bisogna provare smarrimento. Poi, per spontanea vocazione, insita nella nostra natura e nella natura delle cose, si deve riprendere l’attraversamento. E allora è probabile che una silhouette nera, con foulard rosso, si stagli ancora all’orizzonte, di nuovo in esilio, in migrazione, verso chissà dove.


FRANCESCO MARIA ORSOLINI
Sala Mostre del Rettorato, Ancona 2007
Storie senza Mondo
La pittura di Sirio Bellucci è un’autobio-grafia, una scrittura per immagini che risalgono da una personale profondità della vita. Questa scrittura porta alla luce figure e storie che hanno perduto il loro mondo, perciò inattuali, e che riemergono come fossili dal nero dei quadri. Il fondo nero, che accomuna pressoché tutte le sue opere, è l’equivalente della Terra, di un buio ancestrale da cui cresce la vita, di un pozzo senza fondo e di una miniera labirintica. L’Io Bellucci, siglato da una figurina con la sciarpa rossa, si cala come una sonda in questa oscurità, la stessa che l’ha generato, getta lumi e barlumi con chiare, colorate, a volte ironiche, intenzioni estrattive. Così appaiono nei dipinti combinazioni “favolose”, una parola che Sirio Bellucci ama molto e che pronuncia prolungando l’ultima “o” fino a trasformarla in un’eco, in un suono proveniente da una lontananza misteriosa.
Favolose e “in-credibili”, altra parola molto amata, queste combinazioni appaiono però con un repertorio in effetti austero e minimale di segni e di personaggi. Meno segni e più sogni possibile: è questa la formula alchemica della sua pittura. Intensamente evocativi, i segni attraggono come potenti magneti figure e scene surreali. Il senso del non luogo, lo spaesamento che si percepiscono, nascono come sortilegio da macchie create con la decalcomania, il procedimento adottato negli anni ‘30 da surrealisti come Yves Tanguy, Marcel Jean e Oscar Dominguez. Il colore preso tra due superfici che si toccano, si espande e si contrae, creando addensamenti, linee, ombre e forme indefinite. Al procedere sensuale del contatto, si aggiunge per contrasto quello dei segni che graffiano, rimuovono e scoprono un diverso colore sottostante, come tagli e lacerazioni. Insomma, piacere e dolore, Eros e desiderio, portati sulla scena di una natura scarnificata, fatta di fili d’erba e di ragnatele, di foglie come farfalle, pervasa da ombre e da fantasmi. Orfani di realtà si aggirano intorno a pagliai e sopra carri sbilenchi dalle ruote di pietra, che sopportano e trasportano lo svanire dei ricordi.
 

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